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Mutamento della retribuzione di posizione e tredicesima mensilità: il parere Aran

L'Aran ha pubblicato sul proprio sito un nuovo orientamento applicativo relativo ai segretari comunali e provinciali. Nel dettaglio, è stato approfondito il mutamento della retribuzione di posizione in corso d'anno e le conseguenze sulla tredicesima mensilità.

Riportiamo il parere Aran.

Nel caso in cui, nel corso dell’anno, venga ridefinito in diminuzione il valore della retribuzione di posizione dei dirigenti dell’ente, a parità di funzioni, come deve essere determinato l’ammontare della tredicesima mensilità da riconoscere al dirigente che ha avuto la titolarità dello stesso incarico per tutto l’anno?

L’avviso dell’Aran è che, nel caso di mutamento, in corso d’anno, dell’ammontare della retribuzione di posizione del dirigente, in mancanza di una diversa previsione espressa, debba trovare applicazione la regola generale dell’art. 5, comma 2, lett.a), del CCNL del 14.5.2007, secondo il quale:

“2. L’importo della tredicesima mensilità, fatto salvo quanto previsto nei commi successivi, è pari:

a) ad un tredicesimo dello stipendio tabellare di cui all’art. 2, comma 2 e della retribuzione di posizione in godimento, spettanti al dirigente nel mese di dicembre;
b) …………..;
c) ……………”.

Pertanto, nel caso prospettato, dovrebbe farsi riferimento proprio a tale regola generale per cui, ai fini della quantificazione della tredicesima mensilità, si deve tenere conto, come base di calcolo, dello stipendio tabellare e della retribuzione di posizione spettante al dirigente nel mese di dicembre dell’anno considerato.

In base al medesimo art. 5, comma 2, lett.a), del CCNL del 14.5.2007, le eventuali deroghe possibili sono solo quelle espressamente individuate negli altri commi dello stesso art. 5.

Tra queste è prevista una regola speciale (art. 5, comma 6, del CCNL del 14.5.2007) solo per l’ipotesi di assegnazione del dirigente, nel corso d’anno, ad altro incarico comportante una retribuzione di posizione di importo diverso da quella connessa al precedente incarico.

Tuttavia, in mancanza di diverse ed espresse indicazioni in tal senso, non si ritiene possibile estendere, in via analogica, tale specifica disciplina anche alla diversa fattispecie del mutamento di valore economico della retribuzione di posizione della medesima funzione dirigenziale.

 

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Mutamento della retribuzione di posizione e tredicesima mensilità: il parere Aran

L'Aran ha pubblicato sul proprio sito un nuovo orientamento applicativo relativo ai segretari comunali e provinciali. Nel dettaglio, è stato approfondito il mutamento della retribuzione di posizione in corso d'anno e le conseguenze sulla tredicesima mensilità.

Riportiamo il parere Aran.

Nel caso in cui, nel corso dell’anno, venga ridefinito in diminuzione il valore della retribuzione di posizione dei dirigenti dell’ente, a parità di funzioni, come deve essere determinato l’ammontare della tredicesima mensilità da riconoscere al dirigente che ha avuto la titolarità dello stesso incarico per tutto l’anno?

L’avviso dell’Aran è che, nel caso di mutamento, in corso d’anno, dell’ammontare della retribuzione di posizione del dirigente, in mancanza di una diversa previsione espressa, debba trovare applicazione la regola generale dell’art. 5, comma 2, lett.a), del CCNL del 14.5.2007, secondo il quale:

“2. L’importo della tredicesima mensilità, fatto salvo quanto previsto nei commi successivi, è pari:

a) ad un tredicesimo dello stipendio tabellare di cui all’art. 2, comma 2 e della retribuzione di posizione in godimento, spettanti al dirigente nel mese di dicembre;
b) …………..;
c) ……………”.

Pertanto, nel caso prospettato, dovrebbe farsi riferimento proprio a tale regola generale per cui, ai fini della quantificazione della tredicesima mensilità, si deve tenere conto, come base di calcolo, dello stipendio tabellare e della retribuzione di posizione spettante al dirigente nel mese di dicembre dell’anno considerato.

In base al medesimo art. 5, comma 2, lett.a), del CCNL del 14.5.2007, le eventuali deroghe possibili sono solo quelle espressamente individuate negli altri commi dello stesso art. 5.

Tra queste è prevista una regola speciale (art. 5, comma 6, del CCNL del 14.5.2007) solo per l’ipotesi di assegnazione del dirigente, nel corso d’anno, ad altro incarico comportante una retribuzione di posizione di importo diverso da quella connessa al precedente incarico.

Tuttavia, in mancanza di diverse ed espresse indicazioni in tal senso, non si ritiene possibile estendere, in via analogica, tale specifica disciplina anche alla diversa fattispecie del mutamento di valore economico della retribuzione di posizione della medesima funzione dirigenziale.

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Entro il 30 settembre, i lavoratori possono richiedere l'annullamento/riduzione della seconda rata d'acconto Irpef

Il Ministero delle Finanze ha stabilito che i lavoratori possono richiedere che la seconda rata acconto Irpef risultante dal 730, sulla busta paga di novembre, venga trattenuta in misura ridotta o addirittura annullata.

La richiesta va presentata per iscritto al datore di lavoro, entro il 30 settembre.

In carenza di specifica comunicazione, il sostituto d'importo effettuerà, sulla busta paga di novembre, la trattenuta della seconda rata acconto Irpef risultante dal modello 730/2014.

Gli enti che hanno affidato il servizio di elaborazione paghe trovano il modulo di richiesta nella propria area riservata, nella sezione “Informazione e Formazione”, categoria “730”. I dipendenti trovano il modulo anche nel “Portale del Dipendente”.

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Periodi di ferie: le disposizioni in vigore
  • Premessa

Il diritto alle ferie, inteso quale pausa annuale retribuita, assume una valenza di diritto costituzionalmente garantito alla generalità delle categorie dei lavoratori e irrinunciabile in forza della previsione contenuta nell’art.36 c. 3 della Costituzione. Le ferie spettano a tutto il personale a tempo determinato e indeterminato, anche con qualifica dirigenziale e vanno rapportate in base all’orario di lavoro, agli anni di anzianità del dipendente e alle assenze.

  • Modalità di fruizione

Il D.Lgs. n.66/2003 e la successiva circolare del Ministero del lavoro n.8/2005 distinguono tre diversi periodi di ferie: un primo periodo di due settimane; un secondo periodo di due settimane; un terzo periodo di ferie, quello eccedente il minimo di quattro settimane stabilito dalla legge, che può essere previsto dai CCNL o dal contratto di assunzione.

Primo periodo di due settimane

Il primo periodo è pari a due settimane e va fruito nel corso dell'anno stesso di maturazione. Può essere fruito anche in modo ininterrotto, su richiesta del lavoratore interessato ma in accordo con il datore di lavoro. Se nell'anno di maturazione, il lavoratore non ha usufruito delle due settimane di ferie, come accennato in precedenza, il datore diventa passibile di sanzione.

Secondo periodo di due settimane

Anche il secondo periodo di ferie è pari a due settimane. Può essere fruito ininterrottamente, dietro richiesta del lavoratore, o in modo frazionato entro 18 mesi dalla fine dell'anno di maturazione. Disattendere questa norma decreta l'applicazione di una sanzione amministrativa di misura pari da 130 a 780 euro per lavoratore.

Terzo periodo di misura variabile

Il terzo periodo di ferie, infine, è quello eccedente il minimo legale di quattro settimane. Questo periodo, generalmente previsto dalla contrattazione collettiva o dal contratto di assunzione, può essere fruito con maggiore libertà poiché esente dalle regole normative.

  • Divieto di monetizzazione delle ferie

Le disposizioni previste dalla legge 135/2012 vietano la monetizzazione delle ferie. In particolare, l’art.5 comma 8 della legge 135/2012 prevede che “le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n.196, [...] sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilità, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di età. Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall'entrata in vigore del presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, è fonte di responsabilità disciplinare ed amministrativa per il dirigente responsabile.”. Il Dipartimento della Funzione Pubblica, con la nota n. 32937 del 6 agosto 2012, rispondendo ad una istanza presentata dall’Anci, ha precisato che il divieto di monetizzare le ferie, i permessi ed i risposi non goduti dai dipendenti pubblici, stabilito dall’art. 5, comma 8 del DL 95/2012 del 6 luglio 2012, non ha valore retroattivo. In concreto tale divieto non è applicabile nel caso in cui si riferisca a rapporti di lavoro già cessati prima dell’entrata in vigore della norma (ovvero il 7 luglio 2012), nel caso di situazioni nelle quali le ferie siano maturate prima di tale data e nel caso in cui la fruizione delle stesse sia incompatibile, ad esempio, con la ridotta durata del rapporto di lavoro.

Ricordiamo, che già le norme precedenti alla legge 135/2012 vietavano la monetizzazione delle ferie ai dirigenti e nel caso di mobilità presso altro ente. In seguito, con parere n.40033 del 8 ottobre 2012, il Dipartimento della Funzione Pubblica chiarisce che “nel divieto posto dal comma 8 dell’art.5 del citato d.l. n.95 del 2012 non rientrano i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente, come le ipotesi di decesso, malattia e infortunio, risoluzione del rapporto per inidoneità fisica permanente ed assoluta, congedo obbligatorio per maternità.”

 

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Per il versamento dei contributi, il sindaco lavoratore autonomo deve dimostrare di non svolgere la professione

La Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per l´Abruzzo, con la deliberazione n.145/2014/PAR, ha fornito il proprio parere ad un comune che chiedeva se fosse tenuto al pagamento dei contributi previdenziali al sindaco in carica per i periodi nei quali ha svolto l’incarico di amministratore locale, senza di fatto svolgere la libera professione, pur non avendo l’interessato provveduto a presentare, preventivamente, una dichiarazione di sospensione dell’attività lavorativa.

I giudici citano l'art. 86, comma 2, TUEL che prevede che “Agli amministratori locali che non siano lavoratori dipendenti e che rivestano le cariche di cui al comma 1 l'amministrazione locale provvede, allo stesso titolo previsto dal comma 1, al pagamento di una cifra forfettaria annuale, versata per quote mensili. Con decreto dei Ministri dell'interno, del lavoro e della previdenza sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica sono stabiliti i criteri per la determinazione delle quote forfettarie in coerenza con quanto previsto per i lavoratori dipendenti, da conferire alla forma pensionistica presso la quale il soggetto era iscritto o continua ad essere iscritto alla data dell'incarico”.

Sulla corretta interpretazione del testo normativo citato, si è andato formando un orientamento consolidato della Corte dei conti, condiviso anche dalla sezione abruzzese (C. Conti, sez. reg. contr. Basilicata n. 3 del 15 gennaio 2014, C. Conti, sez. reg. contr. Puglia, n. 57 del 27 marzo 2013 e C. Conti, sez. reg. contr. Lombardia n. 95 del 4 marzo 2014).

Secondo tale orientamento, la disposizione citata va letta congiuntamente a quella del comma 1 dello stesso articolo (obblighi contributivi a carico dei Comuni in favore dei sindaci che siano lavoratori dipendenti collocati in aspettativa non retribuita), essendo le due norme assimilabili sia nella ratio, sia nei presupposti applicativi. La ratio delle norme consiste nella necessità di rendere concreto il precetto di cui all’art. 51, comma 3, Cost., garantendo il diritto di chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive di disporre del tempo necessario al loro adempimento, conservando le proprie prerogative previdenziali e assistenziali, in condizioni di parità tra lavoratori dipendenti ed autonomi.

I presupposti applicativi, coerentemente con la ratio della norma, consistono nella necessità che la funzione pubblica elettiva sia svolta in via esclusiva, senza possibilità di esercizio di altre attività e rinunciando alle relative retribuzioni.

Nel caso dei lavoratori dipendenti, il rispetto della condizione di esclusività è garantito attraverso l’istituto dell’aspettativa non retribuita per il periodo di svolgimento del mandato elettorale.

Diversamente, nel caso dei lavoratori autonomi – in assenza di un simile istituto – il presupposto dell’esclusività dovrà essere valutato attraverso “una espressa e concreta rinuncia all’espletamento dell’attività lavorativa svolta (professionale, artigianale, commerciale, agricola, di collaborazione), così da garantire che l’incarico sia svolto nelle medesime condizioni di esclusività previste per i lavoratori dipendenti”.

Ne deriva che, prima di riconoscere all’amministratore il beneficio dei versamenti contributivi, l’ente locale sarà tenuto a verificare nel concreto la circostanza che il Sindaco non abbia continuato a svolgere – anche in via minima o residuale rispetto all’esercizio della funzione pubblica – la propria attività professionale.

A tal fine, sarà onere del lavoratore autonomo comprovare di aver sospeso l’attività in costanza di espletamento del mandato amministrativo con idonea documentazione attestante in concreto il requisito dell’esclusività (quali, a titolo esemplificativo, la dichiarazione di avvenuta sospensione dell’attività professionale da notificarsi anche all’ente previdenziale o altra documentazione fiscale o previdenziale che dimostri l’assenza di redditi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale).

 Per visionare il parere, clicca qui.

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